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  • Anna Chiara Rubino

(RI)LASCIARE TUTTO

Aggiornato il: 30 gen 2019



Quando ero appena una bambina, le mie idee e le mie movenze non erano adatte a quel periodo della vita universalmente conosciuto come infanzia.

Pareva che la mia fosse ricoperta da una pacchiana tappezzeria a fiori e che le idee, provenienti dalla mia piccola persona, stonassero con l’ambiente.

Ricordo bene che giocavo nel giardino della nonna con i miei cugini e che molto spesso ci mettevamo seduti in cerchio a raccontarci delle storie.

C’era un piccolo piazzale in cui sedevamo, accanto alla porticina d’ingresso della cucina, una di quelle antiche, con la doppia anta e i vetri scheggiati, rigorosamente in legno, un legno eroso dal tempo.

Il piazzale aveva il tetto di compensato metallico e c’era roba accatastata ovunque;

quello spazio fungeva, a seconda delle necessità, da parcheggio per il trattore del nonno, da base per la produzione di vino e salsa, da palcoscenico per i nostri spettacoli.

C’era un vecchio mobile sulla sinistra con molti attrezzi arrugginiti e stoffe colorate macchiate d’olio, probabilmente di quelle che i nonni utilizzavano per i lavori di manutenzione del giardino; dal lato opposto invece una piccola altalena artigianale che nonno Umberto aveva costruito con quei tubi neri spessi che si utilizzano giù da noi per i sistemi di irrigazione, e con un bel pezzo a rettangolo ricavato dalla legna per il camino.

Mia Cugina Desirèe amava quell’altalena, e anche io. Era brutta e povera ma a noi pareva la cosa più bella del mondo: quel dondolare era pura magia, svago incessante, evasione consueta dal caos generato dalla massa urlante dei più piccoli, dalle crisi di nonna Celeste che inveiva contro i maschietti, dalla quotidianità asfissiante del paese che, se nasci e cresci dove sono nata e cresciuta io, accusi già da bambina.

Mentre nonno Umberto era a lavoro nelle campagne, quello spazio era tutto nostro.

Lì eravamo al riparo dal sole e l’altalena sprigionava sempre una certa attrattiva, spesso si litigava (ai tempi eravamo appena in dieci, cugini, oggi siamo più del doppio di quel numero di partenza) per chi dovesse dondolare per primo; i maschi volevano solo dimenarsi e giocare a farle fare un giro completo, rischiando la maggior parte delle volte di spaccarsi la testa.

Ogni tanto, con un po’ di guizzo e di presenza scenica, riuscivo a catturare la loro attenzione e ad attrarli nel piccolo cerchio che io e le femminucce avevamo già formato e che, con loro seduti, diventava sempre più grande.

Raccontavo loro di mondi lontani e di periodi della storia che non avevo ancora studiato ma che immaginavo già in tutti i dettagli, ridevamo e ci stupivamo delle nuove scoperte che arrivavano ogni giorno dai nostri giochi.

Eravamo immensamente felici e liberi in quei pochi metri all'aria aperta, e riflettendoci non credo di essermi più sentita così da allora.

Quando cresci tutto si dilata, i confini dell'essere si sfocano per un numero imprecisato di anni e tutto torna nitido soltanto molto dopo, quando ormai sei grande, con una personalità strutturata, idee tue e sogni desiderosi di emergere.

Oggi ho ventisei anni e la bambina che giocava in quel giardino non c'è più.

Di lei sono rimasti i capelli castano chiaro e gli occhi color ambra, un espressione un po' imbronciata e una parlantina inarrestabile.

Il fatto è che crescere al sud è stato meraviglioso ma anche tanto faticoso.

Quando si è diversi in un luogo che vede la diversità come un tradimento, come una minaccia, arrivi all'età adulta già esausto, sfinito, come se avessi combattuto in battaglia o affrontato una tempesta.

Ad un certo punto non ne ho potuto più e me ne sono andata.

Ho lasciato tutto.

Sono partita da sola, per la prima volta, verso una vita nuova.

E' nato tutto così: da una rottura impercettibile ma immensa, da un viaggio di pochi km da una regione all'altra.

E' così che ho iniziato, lasciando il paese e arrivando in città, partendo bambina e diventando donna.

Gli anni che sono venuti poi, gli otto trascorsi nella mia bellissima Milano, sono volati via come una manciata di pochi minuti, come la durata di un bacio decente, per capirci, o di una sigaretta fumata in fretta mentre aspetti il tram.

Oggi sono di nuovo in procinto di partire, sto per lasciare tutto ancora una volta, e sento che è uno di quei grandi parallelismi che non puoi prevedere nella vita ma che capitano e basta.

Per la seconda volta sto per andare, senza voltarmi indietro, ancora più lontano, ancora da sola.

La vita è composta da tanti strati diversi, tutti indefessamente concatenati, come in un susseguirsi continuo di reazioni a catena determinato dalle nostre scelte, dalle strade che decidiamo di imboccare quando ci troviamo davanti ai bivi posti dell'esistenza.

Lo strato in cui mi trovo ora non è sconosciuto, mi ha già accolto in passato,

io però sono profondamente cambiata, maturata, diversa, evoluta.

Mi tornano in mente le storie condivise nel giardino con i miei cugini, sento il profumo dei glicini in fiore, l'eco di una risata sincera, nonno sta tornando sul trattore.

Sono nello strato giusto, e dentro mi porto quelli che l'hanno preceduto.

Oggi ri-parto, ri-lascio tutto, ma proprio tutto, in ogni senso possibile,

ed io, nonostante il buio e l'incertezza riguardo al prossimo strato,

riguardo al prossimo passo, non potrei essere più felice.



Si va in Asia.

#iopartosola

















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