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  • Anna Chiara Rubino

Java: il treno del cuore.

Mio padre è un ferroviere.

Quando ero piccola viaggiava tanto, io non lo vedevo mai.

Ricordo solo che tornava nel tardo pomeriggio, coccole sul divano, a tavola per la cena e poi ognuno nel proprio letto.

Il più vivido ricordo che ho di lui nella mia infanzia, sono le favole che mi leggeva nella nostra piccola roulotte, in campeggio a Campomarino, Molise.

Ricordo che mi prendeva per mano, mi metteva nel lettone e mentre fuori pioveva o si alzava il vento lui mi raccontava di Cappuccetto rosso, o della lampada di Aladino.

Credo sia la persona che più al mondo abbia ispirato il mio amore per la letteratura, per la conoscenza.

Mi ha sempre spronato a leggere.

A quindici anni mi approcciavo ad autori, che uno di solito scopre verso i venticinque, trenta, o che forse non scorpre mai.

La sua mente brillante mi ha sempre colpito, soprattutto perché non aveva nemmeno finito il liceo.

C’era bisogno di lavorare, nonno aveva un’officina, lui ha cominciato a saldare da ragazzino e poco più in là è entrato in ferrovia.

Una vita di lavoro, incatenato alla mentalità del sud.

Fino a quando non siamo arrivati noi, io e mio fratello.

Papà è la persona che più ho visto cambiare negli anni, con il tempo.

Si è trasformato da patriarca meridionale a uomo aperto, ragionevole, evoluto.

Lui dice che è merito di noi figli, dice che lui è aperto perché noi gli abbiamo insegnato ad esserlo, dice che è fortunato perché siamo stati un esempio, una guida.

Sono in parte d’accordo con questo, e credo sia meraviglioso che un padre trovi ispirazione e luce nella propria progenie ma, penso anche che, dentro di lui, questi rivoluzionari barlumi di distacco dall'usuale ci siano sempre stati, aveva solo bisogno di un piccolo incoraggiamento.

Ero al liceo quando ha deciso di tornare al liceo.

Frequentare una scuola serale e prendersi il diploma.

Lì ho capito.

Quanta determinazione, coraggio e voglia di vivere potesse avere dentro.

Ho giurato che per tutta la mia vita sarei stata così anche io, e che avrei sempre combattuto per raggiungere i miei obbiettivi.

Crescendo i miei traguardi sono diventati il suo più grande vanto, e con gli anni il suo scetticismo riguardo alle mie scelte formative e lavorative, si è trasformato nel più solido ed incredibile degli incoraggiamenti.

Ad oggi è il mio più grande fan, ed io mi sento una figlia davvero privilegiata.

Tra le cose per cui lo ringrazio c’è quella di avermi messo su un treno fin da bambina e di avermi sempre permesso di prenderne uno per andare via; per esplorare, conoscere, per uscire dalla nostra piccola realtà di provincia.

Credo sia il mezzo che più amo in assoluto, forse perché amo tanto di più lui.

Mi permette di stare seduta e vedere il mondo che scorre, dietro al vetro, facendomi nascere dentro l’immenso desiderio di correre fuori a toccarlo, a viverlo.

E’ anche merito di mio padre, se ho cominciato a viaggiare.

Java per me è stata l’isola dei treni.

Dopo la traghettata di 35 minuti appena, con cui mi sono lasciata alle spalle Bali, è a bordo di un treno che ho esplorato interamente l’isola da est a ovest.

Sono approdata in un territorio completamente differente, ho guadagnato un’ora di fuso, sono stata travolta da una cultura tanto più sviluppata di quella balinese dal punto di vista infrastrutturale quanto tremendamente arretrata da quello linguistico, comunicativo, a volte umano.

Ho avuto paura, all’inizio.

Non riuscivo a farmi capire, tutti ridevano di me.

Ci sono state un paio di brutte esperienze, appena arrivata, in cui hanno provato a derubarmi, a forzarmi ad andare su certi mezzi, in certi posti.

Poi ho cominciato a scalare i vulcani.

E a camminare per le città vive e coloratissime.

E a correre tra le immense piantagioni di riso e di thè.

Sono stata travolta e stravolta dalla fiumana della cultura musulmana.

Ho scorrazzato in motorino, libera, felice.

Ho dormito su amache sospese e su pavimenti bagnati.

Ho aspettato fuori dalla moschee che finisse il tempo della preghiera.

Ho conosciuto persone.

Stretto rapporti.

Trovato famiglie.

Java non è come Bali.

Qui ho visto la vera Indonesia.

L’Indonesia che lavora tanto, quella ingorgata, senza veli, senza filtri d'abbellimento.

E’ stato un mese incredibile pieno di avventure mozzafiato ed emozioni sconvolgenti.

Sono partita dall’estrema Banyuwangi per scalare il monte Ijen, e sono risalita in treno fino a alla grande, cosmopolita Jakarta.

Ho visto il sole nascere sul monte Bromo mentre il cratere sbuffava tuonante; mi sono persa nelle strade del villaggio arcobaleno di Malang, ho comprato una spazzola nel grande centro commerciale di Surabaya.

Ho visto, ammirato ed amato i tempi indù di Yogyakarta, e ho insegnato fotografia in una scuola piena di bambini meravigliosi nella periferia di Maglang.

Ho aiutato con l’inglese e con la cucina a Temanggung; ho trovato casa, amore, famiglia nella bellissima ed eterogena Bandung.

Sono immensamente grata all’Indonesia per questi due mesi passati assieme.

Lei è stata la prima nazione, tra le tante altre che mi attendono in viaggio, e credo che per questo motivo, così come vale per l’amore, non potrò scordarla mai.

Si vola a Singapore.


GRAZIE INDONESIA.

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